Un buon consiglio di Platone


Platone (428-348 a.C.)
“Infatti ora certo non stiamo gareggiando perché io voglio risultino vincenti le mie affermazioni e tu le tue, ma credo noi due dobbiamo lottare insieme in favore della pura verità” Platone (Filebo)
Platone, se non ho capito male, ci dà questo consiglio. Quando si discute intorno a un argomento qualsiasi non dobbiamo proporci di far prevalere le nostre tesi su quelle degli altri interlocutori, ma dobbiamo prestare attenzione agli argomenti di tutti partecipanti alla discussione allo scopo di arrivare, tutti insieme, alla conoscenza di una verità. Platone, sempre se non ho capito male, è convinto che esista la verità oggettiva. Egli pensa che la verità a volte è assolutamente evidente, come nelle verità della matematica, a volte è invece difficile da conoscere a causa dei limiti delle affezioni dell’animo e dei difetti delle nostre capacità intellettive; ad es. nel campo della bontà delle scelte delle nostre azioni, tema questo del dialogo intitolato Filebo. Per la ricerca mediante la discussione, il dialogo, intorno a queste verità non evidenti Platone ci invita ad adottare il “metodo” di discussione sopra descritto. Per me questo metodo è valido. La verità, una volta trovata, è di tutti. Tutti “vincono” nella discussione quando una verità viene conosciuta.
Di questi tempi è difficile incontrare “dialoghi” che adottino il metodo su indicato. Le discussioni sui giornali, alla Tv, nei social quasi mai sono dialoghi. Sono quasi sempre monologhi autoreferenziali: ognuno espone una tesi e, lungi dal prendere in considerazioni tesi che espongano opinioni diverse, mostra disprezzo per chiunque non si dichiari completamente d’accordo. Questo metodo non ha nessuna utilità, non consente una ricerca obiettiva in nessun campo. Anzi provoca solo risse fra coloro che parlano e produce nella società un atteggiamento di tipo manicheo: ognuno si schiera da una parte che ritiene assolutamente giusta e considera chi non la pensa come lui un agente delle forze del male assoluto.
Chi scrive si permette di consigliare l’adozione del metodo proposto dal grande filosofo. Cercare la verità oggettiva con pazienza, rispettando lo sforzo compiuto da qualsiasi altro. Tenendo ben presente che la verità spesso è difficile da conoscere. Gli interlocutori in qualsiasi discussione devono sentirsi cercatori di verità, riconoscersi reciprocamente la buona fede e collaborare per trovare la via che conduce al vero in tutte le materie. In materia di ricerca scientifica e anche in materia di rapporti umani.
Le considerazioni sopra svolte ci fanno venire in mente l’insegnamento che leggiamo nell’enciclica “Pacem in terris” di Giovanni XXIII – di cui quest’anno ricorre il 60esimo anniversario della pubblicazione – nella ricerca della verità della fede e della morale valida nei rapporti fra i singoli, fra i gruppi sociali e fra i popoli.
“Non si dovrà però mai confondere l’errore con l’errante, anche quando si tratta di errore o di conoscenza inadeguata della verità in campo morale religioso. L’errante è sempre ed anzitutto un essere umano e conserva, in ogni caso, la sua dignità di persona; e va sempre considerato e trattato come si conviene a tanta dignità.
Inoltre in ogni essere umano non si spegne mai l’esigenza, congenita alla sua natura, di spezzare gli schemi dell’errore per aprirsi alla conoscenza della verità. E l’azione di Dio in lui non viene mai meno. Per cui chi in un particolare momento della sua vita non ha chiarezza di fede, o aderisce ad opinioni erronee, può essere domani illuminato e credere alla verità. Gli incontri e le intese, nei vari settori dell’ordine temporale, fra credenti e quanti non credono, o credono in modo non adeguato, perché aderiscono ad errori, possono essere occasione per scoprire la verità e per renderle omaggio.”

Cosa significa dare ragione per Platone?Capire strutture concettuali diverse, cercare di esporre le ragioni che quel dato pensiero mette a disposizione (Platone nel Sofista: Devo agire come se avessi davanti Parmenide e concedergli tutte le sue ragioni, perché il mio punto di vista non è l’unico). A proposito dei miei due interventi: nel primo lei mi corregge sostenendo che la sua voleva essere, più che un messaggio, una confessione, e quindi non raccoglie le mie riflessioni. Nell’intervento più recente, tralascia le mie considerazioni per iniziare un monologo sull’ingratitudine di Firenze nei confronti di Dante. Perché allora il sonetto?
Platone, se non ho capito male, ci dà questo consiglio: quando si discute intorno a un argomento qualsiasi non dobbiamo proporci di far prevalere le nostre tesi su quelle degli altri interlocutori ma dobbiamo prestare attenzione agli argomenti di tutti partecipanti alla discussione allo scopo di arrivare, tutti insieme, alla conoscenza di una verità. Platone, sempre se non ho capito male, è convinto che esista la verità oggettiva. Egli pensa che la verità a volte è assolutamente evidente (come nelle verità della matematica) a volte è invece difficile da conoscere a causa dei limiti delle affezioni dell’animo e dei difetti delle nostre capacità intellettive (ad es. nel campo della bontà delle scelte delle nostre azioni, tema questo del Filebo). Per la ricerca mediante la discussione (il dialogo) intorno a queste verità non evidenti Platone ci invita ad adottare il “metodo” di discussione sopra descritto. Per me questo metodo è valido. La verità, una volta trovata, è di tutti. Tutti “vincono” quando una verità viene conosciuta.
Per quanto riguarda le risposte sui temi affrontati in altri articoli, risponderò volentieri alle sue domande, ma vorrei trovare il modo di farlo riprendendo in esame gli articoli stessi e i relativi commenti.
Plato pone che “la pura verità” già esista, a priori, altrimenti perché mai fare un appello ai due contendenti (A e B) perché lottino per favorirla? Ciò premesso: 1) o entrambi (A e B) la ignorano in partenza e non si capisce come possano esser certi ad un certo punto di averla raggiunta; chi lo decide? 2) o ognuno dei due (A o B) la possiede già ma allora non servirebbe alcuna lotta tra i due, che invece Plato dà per necessaria 3) solo uno dei due, poniamo A, possiede la verità . Ma se A la possiede già e non è in grado di dimostrarla a B è possibile che B, più abile dialetticamente, riesca a dimostrare ad A che sbaglia pur essendo quest’ultimo nel giusto; il che è un esito pessimo. C’è anche il caso contemporaneo che pur essendo A capace di dimostrare di possedere la verità, B, che è un complottista no vax, rifiuti a priori qualsiasi tipo di prova o argomentazione che dimostra che lui è nel torto. A quel punto il nodo si scioglie solo col green pass obbligatorio ed è per questo che i no vax, negatori a priori della verità, gli sono contrari.
Bastanzetti , lei afferma che non è possibile distinguere il vero dal falso. Quindi non è possibile sapere se il discorso che lei ha appena fatto sia vero o falso.